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Assoluzione per utilizzo dei permessi legge 104: il caso della dipendente pubblica

Una dipendente pubblica di 64 anni è stata assolta dall'accusa di truffa relativa all'uso dei permessi della legge 104; il giudice ha però riconosciuto un danno per un singolo episodio a favore della Regione Umbria

Assoluzione per utilizzo dei permessi legge 104: il caso della dipendente pubblica

È terminato con un verdetto di assoluzione il procedimento penale che vedeva coinvolta una donna di 64 anni, dipendente pubblica, difesa dall’avvocato Giuseppe Caforio, accusata di aver sfruttato indebitamente i permessi previsti dalla legge 104 per l’assistenza a un familiare con handicap. La vicenda, seguita dalla Procura di Perugia, ha messo al centro questioni delicate come la convivenza con la persona assistita e la reale prestazione di cura.

Le accuse mosse dalla Procura

Secondo la Procura di Perugia, la pubblica dipendente avrebbe dichiarato il trasferimento del genitore presso la sua residenza quando invece l’anziano sarebbe rimasto nella sua abituale dimora; la contestazione riguardava altresì la presentazione di una domanda volta a ottenere il congedo per gravi motivi familiari. L’accusa riteneva che tali dichiarazioni fossero finalizzate a ottenere illegittimamente i benefici erogati dall’INPS e dall’amministrazione di appartenenza, configurando il reato di truffa e l’ottenimento di un ingiusto profitto corrispondente all’ultima retribuzione del periodo interessato.

Dettagli delle contestazioni

Nel capo di imputazione la Procura ha evidenziato che la donna avrebbe fruito dei permessi per periodi nei quali si sarebbe invece recata in località di villeggiatura lontane dalla residenza del genitore, attività incompatibile con l’obbligo di assistenza continuativa cui sono condizionati i permessi della legge 104. Tra gli elementi più specifici contestati ci sono i giorni di assenza retribuita percepiti per 88 giornate, nel periodo dal 6 maggio 2019 al 17 dicembre 2019, e altri episodi analoghi in cui, sempre secondo l’accusa, non sarebbe stata prestata assistenza effettiva.

La strategia difensiva

La difesa, curata dall’avvocato Giuseppe Caforio, ha contestato la ricostruzione accusatoria sostenendo che la beneficiaria dei permessi abbia effettivamente accompagnato il padre durante gli spostamenti, compresi soggiorni estivi, oppure abbia usufruito dei giorni autorizzati per accompagnarlo a visite e accertamenti sanitari. Sono state depositate testimonianze e documenti che, secondo la difesa, attestano la presenza del genitore con la figlia nei periodi considerati e la reale necessità delle assenze dal lavoro.

Testimonianze e documenti allegati

La difesa ha puntato su dichiarazioni testimoniali e documentazione di visite mediche per dimostrare la legittimità dell’utilizzo dei permessi. Tali elementi dovevano confutare l’ipotesi che la donna avesse compiuto viaggi incompatibili con l’obbligo di assistenza. In questa fase la presenza di atti scritti e deposizioni ha assunto rilievo centrale, poiché la questione della convivenza e della effettiva assistenza è spesso difficile da accertare senza riscontri diretti.

La decisione del giudice e le conseguenze

Al termine del processo il giudice ha pronunciato l’assoluzione dai reati relativi all’uso dei permessi della legge 104. Tuttavia, non tutte le pretese dell’amministrazione convenuta sono state respinte: la donna è stata condannata al risarcimento nei confronti della Regione Umbria, rappresentata dall’avvocato Anna Rita Gobbo, per i danni riferiti a un singolo episodio contestato, oltre al rimborso delle spese di costituzione di parte civile. Questo verdetto riflette una distinzione tra la responsabilità penale e le obbligazioni civili che possono emergere anche in presenza di un’esito penale favorevole all’imputato.

Ruolo dell’INPS e dell’amministrazione

Nel procedimento è emerso il coinvolgimento dell’INPS e dell’amministrazione di appartenenza della donna, entrambe indicate dalla Procura come potenziali vittime dell’errore indotto dalle dichiarazioni contestate. La questione centrale era se l’amministrazione fosse stata effettivamente indotta in errore sulla sussistenza del requisito della convivenza, condizione richiesta per fruire di alcuni istituti previsti dalla normativa sugli assistenti familiari.

Considerazioni finali

Il caso mette in luce la complessità delle controversie legate all’applicazione della legge 104, dove la linea di confine tra tutela del diritto di assistenza e prevenzione di abusi è sottile. La sentenza finale testimonia come sia possibile ottenere l’assoluzione penale pur restando aperte questioni di natura risarcitoria, e sottolinea l’importanza di documentare accuratamente sia la convivenza sia la concreta prestazione di cure per evitare contestazioni future.

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