Lo stato delle carceri italiane è al centro di un allarme pubblico che combina dati statistici e segnalazioni istituzionali. Il XXII Rapporto di Antigone, intitolato “Tutto chiuso”, e le osservazioni del Garante dei detenuti descrivono una realtà in cui il sovraffollamento e la chiusura delle attività producono effetti nocivi sulla salute mentale e sulla sicurezza. I numeri ufficiali e le proposte per intervenire emergono come elementi indispensabili per comprendere la portata del problema e valutare possibili vie d’uscita.
La fotografia nazionale
Secondo il rapporto, al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano presenti 64.436 persone a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti e di soli 46.318 posti disponibili realmente, con un tasso di affollamento che raggiunge il 139,1%. Questa pressione ha portato a situazioni estreme: 73 istituti sono oltre il 150% di affollamento e 8 superano addirittura il 200%. Di conseguenza, oltre il 60% dei detenuti trascorre quasi l’intera giornata chiuso in cella, mentre solo il 22,5% è collocato in sezioni a sorveglianza dinamica, quel modello che consente più libertà di movimento e attività trattamentali.
Numeri di tensione e violenza
Il dossier documenta un aumento degli episodi di violenza: le aggressioni contro la polizia penitenziaria sono passate da 2.154 a 2.423 (+12,4%), mentre le aggressioni tra persone detenute sono salite da 3.356 nel 2026 a 5.812 nel 2026 (+73%). Gli atti turbativi dell’ordine sono aumentati del 27,6%. Questi dati fotografano un clima di crescente tensione che, secondo l’associazione, è legato anche alle circolari che hanno ristretto la vita carceraria e ridotto le aperture verso l’esterno.
La piaga dei suicidi e l’impatto sanitario
Il rapporto segnala con nettezza il fenomeno dei suicidi: nel 2026 si sono tolte la vita almeno 82 persone detenute e dall’inizio del 2026 i suicidi registrati sono già 24, per un totale di 106 decessi per suicidio in circa un anno e mezzo. Nel solo 2026 sono stati 254 i decessi complessivi, il dato più elevato da decenni. Gli atti di autolesionismo restano superiori a 2.000 ogni 10.000 detenuti, un indicatore che segnala come mediamente un detenuto su cinque compia gesti autolesivi. Antigone chiede quindi interventi immediati di prevenzione e screening sanitario estesi, soprattutto per la salute mentale e le malattie infettive.
Bambini e recidiva
Il rapporto mette in luce anche questioni meno visibili: al 31 marzo erano presenti 26 bambini in carcere con le loro 22 madri detenute, una crescita che Antigone collega al decreto legge sulla sicurezza che ha tolto alcune tutele per le madri. Sul fronte della recidiva, solo il 40,8% dei detenuti è alla prima carcerazione, segno di un sistema che fatica a favorire il reinserimento: molti tornano dietro le sbarre, spesso perché sono carenti gli investimenti in lavoro, istruzione e percorsi formativi.
Il caso Umbria e la situazione locale
Il Garante dei detenuti per l’Umbria, l’avvocato Giuseppe Caforio, definisce la situazione regionale «estremamente drammatica» e richiama l’attenzione sul rischio di peggioramento quotidiano del sovraffollamento. In Umbria è in costruzione un nuovo padiglione al carcere di Capanne che aggiungerà 80 celle, potenzialmente circa 160 nuovi detenuti, ma senza un contestuale aumento della pianta organica della polizia penitenziaria né dei servizi sociosanitari trattamentali. Questo squilibrio tra spazi e personale è stato indicato come una criticità che va risolta prima dell’apertura della struttura.
Richiami alle istituzioni
Caforio sollecita il Parlamento e il governo a «fare scelte a strettissimo giro» per evitare che la crisi generi ulteriori tragedie, tra cui suicidi e atti di autolesionismo determinati da condizioni di vita al di sotto di un minimo di civiltà. L’appello è per misure urgenti che non limitino solo la capacità ricettiva, ma aumentino le risorse per il personale, il trattamento e i servizi sanitari dentro e fuori le carceri.
Proposte operative e vie d’uscita
Antigone avanza un pacchetto di proposte concrete: un piano Marshall estivo per «riempire di vita» i penitenziari e ridurre i suicidi; il ritiro delle circolari che hanno chiuso le strutture; l’aumento dell’accesso alle misure alternative come la detenzione domiciliare (proponendo l’estensione per chi ha meno di 12 mesi da scontare) e il potenziamento degli Uepe. Inoltre si chiede investimento nel lavoro professionalizzante, nell’istruzione (licei e poli universitari), nello sport estivo, nel ritorno ai modelli di custodia aperta e nella limitazione dell’isolamento, insieme a misure immediate per la prevenzione dei suicidi e la comunicazione tempestiva con i familiari.
Il quadro fornito dalle visite di monitoraggio e dalle relazioni ufficiali indica una crisi strutturale che necessita risposte multilivello: gestione degli spazi, potenziamento degli organici, investimenti nei percorsi trattamentali e politiche che favoriscano l’uscita dal carcere. Senza interventi rapidi e coordinati, avvertono gli osservatori, il rischio è che la situazione peggiori ulteriormente, con conseguenze umane e sociali gravi per detenuti, operatori e comunità.



