In Umbria, come in molte altre regioni italiane, il fenomeno delle migrazioni è diventato un elemento cruciale per l’economia e la società. La regione sta affrontando un progressivo calo delle nascite e un invecchiamento della popolazione, rendendo i movimenti migratori un fattore essenziale per la vitalità sociale e produttiva del territorio.
Elisabetta Masciarri, segretaria generale della Fillea Cgil Umbria, sottolinea come il dibattito sulle migrazioni debba essere riportato alla realtà quotidiana, soprattutto nei luoghi di lavoro. Il caporalato e lo sfruttamento non nascono dall’immigrazione, ma da un sistema che manca di controlli e responsabilità chiari, trasformando la condizione di bisogno in ricatto.
Il contributo dei lavoratori migranti in Umbria
In Umbria, la popolazione straniera è più giovane e prevalentemente femminile. Gli stranieri occupati sono circa 44mila, rappresentando l’11,8% del totale. Questi lavoratori sono impegnati principalmente nei servizi alla persona, nell’industria, nelle costruzioni e in agricoltura. Nel settore delle costruzioni, il contributo dei nuovi cittadini supera il 40% della manodopera complessiva, arrivando al 50% in Umbria.
Nei cantieri e nelle fabbriche, i lavoratori migranti condividono fatica, competenze e responsabilità con i colleghi italiani, dimostrando che il razzismo e la xenofobia non hanno spazio in un ambiente di lavoro collaborativo. Tuttavia, molti di questi lavoratori dipendono dai datori di lavoro non solo per il salario, ma anche per il permesso di soggiorno, l’alloggio e il trasporto, creando un limbo in cui prosperano lavoro nero, sottoinquadramento e condizioni di sicurezza insufficienti.
Le sfide del caporalato e le politiche per contrastarlo
La lotta al caporalato non può essere vinta considerando i migranti un problema da gestire, ma riconoscendoli come lavoratori e cittadini titolari degli stessi diritti di tutti gli altri. Elisabetta Masciarri evidenzia come il caporalato nasca dallo sfruttamento e dalla mancanza di controlli, dove gli appalti e i subappalti frammentano le responsabilità, trasformando il lavoro povero in normalità.
Le politiche europee e nazionali che puntano su trattenimenti, rimpatri e compressione del diritto d’asilo confermano la diffusione di un modello repressivo contrario ai valori dell’Europa. La vera domanda è cosa accade dopo l’ingresso nel nostro Paese. Perché continuiamo a trovare lavoratori pagati meno di quanto previsto dai contratti nazionali? Perché continuiamo a registrare morti sul lavoro che colpiscono in misura crescente lavoratori stranieri?
Il Forum sindacale dell’Euromediterraneo “Costruzioni Migranti – Uniti sotto lo stesso casco”, svolto a Pozzallo il 12 e 13 giugno, ha sottolineato l’importanza di costruire una risposta collettiva alle derive razziste e autoritarie, difendendo il diritto a migrare e il diritto a restare. La sfida che ci attende riguarda il modello di società che vogliamo costruire: una società che indebolisce sé stessa innalzando muri o una capace di interrogarsi, superare i propri limiti e rendersi davvero plurale e democratica.


