Il segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana mons. Giuseppe Baturi, ha presieduto l’incontro dei Primi Vespri nella suggestiva Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, per commemorare l’ottavo centenario della morte di San Francesco. Davanti a una folla internazionale composta da fedeli, religiosi e ospiti, l’arcivescovo di Cagliari ha offerto una homilia che ha messo in luce la difficoltà della nostra cultura della morte che tende a nasconderla o a considerarla un problema da risolvere.
Nel suo intervento, Baturi ha ricordato che il Santo Patrono d’Italia ha lasciato un esempio concreto di come si debba “guardare in faccia la paura della fine” e l’ha chiamata “sorella”. Il vescovo ha sottolineato che questo sguardo non può avvenire in solitudine: la Chiesa è chiamata a fornire una presenza costante, a stare vicino a chi soffre senza affrettare il “chiudere la questione”.
Il valore della vita nel discorso di Baturi
L’omelia ha evidenziato tre assi fondamentali per la missione pastorale: prossimitàcustodia e cura. Questi valori, ha detto Baturi, devono guidare non solo le parrocchie, ma anche le famiglie, gli hospice e chi assiste a casa un genitore anziano. Il messaggio è chiaro: nessuno deve morire solo e chi è al suo fianco non è soltanto un assistente, ma parte integrante del processo di guarigione e dignità.
Prossimità, custodia e cura: i tre pilastri
Prossimità implica stare presente, ascoltare e condividere il peso emotivo del morente. Custodia significa riconoscere che la vita è un dono da preservare dall’inizio alla fine, come il canto delle creature che accompagnò l’ultimo respiro di San Francesco. Cura, infine, è la manifestazione pratica di amore: accogliere la sofferenza con competenza e tenerezza trasformando la frattura della perdita in un gesto di fratellanza concreta.
Solidarietà e pace in un mondo diviso
Il vescovo ha collegato il ricordo storico di San Francesco alle tensioni geopolitiche attuali, segnate da guerre, polarizzazioni e paura dell’altro. Baturi ha affermato che la Chiesa non offre una consolazione astratta, ma la certezza che “nessuno è nemico”. Annunciare il paradiso, ha spiegato, non è fuggire dalla realtà, ma rappresentare un criterio etico per forgiare “luoghi di riconciliazione” già nel presente, dove l’ospitalità verso i poveri e i malati diventa atto di costruzione di pace.
In questo senso, il canto di San Francesco al momento del suo passaggio, descritto come un “canto della bellezza della vita”, diventa una “radicale profezia”: nessuna vita, nemmeno quella che si spegne, è priva di valore. La lode al Creato, al sole, alla luna, al fuoco e alla terra, rivela una visione in cui ogni esistenza è sacra e merita rispetto, anche quando il suo valore appare marginale nella nostra società ossessionata dall’efficienza.
Il cantico di Francesco come eco del messaggio
Il celebre Cantico delle Creature scritto nel 1224, riecheggia il tema centrale della liturgia di Assisi: la vita è un dono da custodire e celebrare. Baturi ha richiamato il testo per sottolineare che la stessa gratitudine che Francesco esprimeva verso il “fratello sole” e la “sorella acqua” deve guidare la nostra risposta al dolore e alla morte. Così, il cantico diventa un invito pratico a riconoscere la sacralità di ogni creatura e a trasformare la paura della fine in un atto di fraternità concreta.



