Il 21 settembre 2026 la premier ha presentato un nuovo provvedimento che, secondo le parole dell’interlocutrice, dovrebbe «rimettere ordine» nella scuola pubblica. Il testo prevede tre misure chiave: un limite del 30% di alunni stranieri per classe, il divieto di burqa e niqab negli ambienti scolastici, e l’obbligo per i genitori degli studenti con difficoltà di integrazione di frequentare corsi obbligatori di lingua italiana. L’annuncio, fatto durante l’incontro con i giovani di Fratelli d’Italia, ha subito acceso un dibattito che spazia dal livello tecnico alle implicazioni politiche più ampie.
Il contenuto del decreto: quota, velo e lingua
Secondo la descrizione fornita dal governo, il tetto al 30% dei ragazzi stranieri è inteso come misura di “equità” per gli alunni italiani, garantendo loro l’accesso a risorse didattiche non sovraccaricate. Parallelamente, il voto “no al velo” è formalizzato facendo riferimento alla legge 152/1975, già in vigore per i luoghi pubblici, e applicandola alle scuole per rendere più facile l’identificazione dei soggetti. Infine, la proposta di far studiare l’italiano ai genitori vuole creare un ponte linguistico tra le famiglie e il sistema educativo, limitando le difficoltà di inserimento degli alunni stranieri. La premier ha dichiarato che tali provvedimenti sono necessari per “ripristinare la meritocrazia e la responsabilità” nella formazione dei giovani.
Il dibattito sulla fattibilità tecnica
Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp), ha risposto all’Ansa evidenziando le contraddizioni operative del provvedimento. Per lui, la circolare che fissa il 30% è più una raccomandazione che una legge vincolante, e la sua attuazione dipende strettamente dalla composizione demografica dei singoli quartieri. “Se una scuola di infanzia accoglie bambini provenienti da un quartiere dove la maggioranza è straniera, come potremmo escluderli?” ha osservato, citando il caso di Prato, dove molte classi hanno una presenza cinese predominante. Giannelli ha aggiunto che, senza una normativa coercitiva, le amministrazioni locali faticano a trovare soluzioni tecniche adeguate.
Le critiche dall’opposizione e le proposte alternative
Dal lato politico, le forze di opposizione hanno espresso una forte contrarietà. Luana Zanella (AVS) ha definito i nuovi limiti “ancora muri e divieti”, sostenendo che molte classi non potrebbero più operare senza gli alunni stranieri, generando un caos organizzativo. Elisabetta Piccolotti, deputata del Partito Democratico, ha ricordato che il 30% era già stato previsto da una precedente circolare dell’allora ministra Mariastella Gelmini, ma che le deroghe sono state introdotte per tenere conto delle specificità territoriali. Piccolotti ha proposto di ridurre il numero di studenti per classe a 20, così da favorire percorsi più personalizzati, e ha criticato il divieto di burqa definendolo “un’azione simbolica” priva di reale impatto sull’integrazione.
Le richieste di maggiori risorse per l’integrazione
Il deputato Marco Simiani (PD) ha respinto l’idea del tetto, chiedendo invece un potenziamento di insegnanti, corsi di italiano per gli adulti e mediatori culturali. Anche Angelo Bonelli (Verdi) ha sottolineato che “mettere gli studenti stranieri ‘in quota’ non risolve il problema dell’integrazione, ma lo sposta”. Enrico Borghi (Italia Viva) ha accusato il governo di rincorrere posizioni ideologiche piuttosto che basarsi su dati concreti, mentre Roberto Vannacci (Futuro Nazionale) ha sostenuto il divieto di burqa come una misura “rimasta in sospeso da anni” e ha chiesto ulteriori restrizioni sui flussi di studenti stranieri, definendo la classe italiana “sovraccarica”.
L’applicazione del tetto al 30% si scontra con la realtà territoriale delle scuole, mentre il divieto di burqa e l’obbligo linguistico per i genitori sollevano interrogativi su diritti individuali e capacità organizzative del sistema. Resta da vedere se il governo riuscirà a tradurre le sue intenzioni in norme operative coerenti, oppure se le critiche dei presidi e dell’opposizione potranno influenzare una revisione del provvedimento.



