In un contesto di frammentazione e sottofinanziamento delle politiche culturali nazionali, le Regioni progressiste hanno deciso di prendere in mano la situazione. Ieri, alla Camera dei Deputati, è stato presentato il documento “Cultura, lavoro, territori”, un manifesto che propone una visione alternativa e condivisa per il futuro della cultura in Italia.
Il documento, frutto di mesi di confronto tra le amministrazioni regionali di centrosinistra, punta a contrastare l’immobilismo e a promuovere una politica culturale più pubblica, accessibile e radicata nei territori. La cultura, secondo le Regioni progressiste, non è una voce residuale di bilancio, ma un’infrastruttura strategica capace di produrre cittadinanza, lavoro, innovazione, coesione sociale, salute e futuro.
La cultura come infrastruttura strategica
Tommaso Bori, Vicepresidente della Regione Umbria, ha illustrato il documento sottolineando che “la cultura non è vetrina, non è promozione turistica, non è ornamento. È infrastruttura strategica: produce cittadinanza, innovazione, coesione sociale, salute e futuro.” In un mondo che chiama alle armi, le Regioni progressiste lanciano una “chiamata alle arti”, rimettendo al centro qualità e accessibilità.
Il documento propone due principi guida: qualità e accessibilità. Qualità significa rafforzare sistemi culturali, filiere, competenze, produzione, formazione e lavoro. Accessibilità significa garantire a tutte e tutti non solo la possibilità di fruire cultura, ma anche di produrla, attraverso spazi, strumenti, laboratori, luoghi di aggregazione e programmi per periferie, aree interne, piccoli comuni, giovani e comunità marginalizzate.
Le esperienze regionali
Le Regioni progressiste hanno portato avanti esperienze concrete che dimostrano l’efficacia di questa visione. L’Emilia-Romagna, ad esempio, sta approvando una legge quadro sulla cultura nata da un processo partecipativo diffuso. La Puglia ha pubblicato un avviso sul welfare culturale, integrando politiche culturali, sociali e sanitarie. La Sardegna, nonostante i continui tagli, ha scelto di restare in piedi, difendendo la cultura come atto di resistenza quotidiana.
La Toscana ha ricordato che questo documento nasce da mesi di lavoro tra le Regioni su temi su cui investe da anni. La Campania ha approvato programmi triennali 2026-2028 per spettacolo dal vivo, cinema e audiovisivo, con 23 milioni di euro stanziati nel 2026 e un incremento di 2 milioni rispetto all’anno precedente.
Le proposte concrete
Le Regioni progressiste hanno formalizzato la propria visione in una vera e propria piattaforma politica sintetizzata in nove tesi fondamentali. Tra queste, il riconoscimento della cultura come servizio essenziale al pari di scuola e salute, con risorse stabili e programmazione pluriennale. Inoltre, propongono politiche tariffarie popolari contro l’elitarizzazione e la creazione di sale prova, laboratori e playground culturali nei piccoli comuni e nelle periferie.
Il documento sottolinea anche la necessità di stoppare la precarietà e il lavoro invisibile, introducendo uno statuto sociale dei lavoratori dello spettacolo e potenziando l’indennità di discontinuità. Viene inoltre proposto il sostegno alla ricerca artistica e ai nuovi linguaggi, riconoscendo le imprese culturali e creative come hub di innovazione.
Le Regioni progressiste chiedono un cambio di passo: risorse stabili, programmazione pluriennale, coordinamento tra Stato e territori, riconoscimento del lavoro culturale, sostegno alle imprese culturali e creative, aggiornamento del Codice dello Spettacolo, valorizzazione degli spazi culturali e dei live club, integrazione tra cultura, welfare, scuola e politiche sociali.
Matteo Orfini, Onorevole del Partito Democratico, ha sottolineato il valore politico dell’iniziativa, evidenziando come nei territori governati dal centrosinistra esista già un’alternativa concreta. Marta Bonafoni, Coordinatrice della segreteria nazionale del Partito Democratico, ha richiamato il ruolo del Partito nel seguire e sostenere il lavoro delle Regioni, sottolineando che questo appuntamento dimostra che esiste un’Italia che lavora concretamente per l’alternativa.


