Le segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil dell’Umbria hanno formalizzato una richiesta di incontro alla Regione Umbria per aprire subito un tavolo permanente di confronto sul Patto Umbria 2030. La mossa nasce dalla lettura dei più recenti indicatori economici che, secondo le organizzazioni sindacali, fotografano una situazione regionale preoccupante sia sul fronte della crescita sia su quello delle retribuzioni e dei consumi.
Dinamica della crescita regionale e divari provinciali
Le stime sul valore aggiunto regionale evidenziano una crescita ferma all’1,80%, un ritmo inferiore alla media nazionale del 2,30%. Questo posiziona l’Umbria al diciassettesimo posto nella classifica italiana per dinamismo economico. Le confederazioni mettono in evidenza un’ economia a due velocità: settori come l’industria e l’edilizia risultano relativamente stabili, mentre il comparto dei servizi registra una contrazione.
In termini settoriali, l’aggregato che comprende commercio, trasporti e turismo segna un calo dello 0,45%, rendendo l’Umbria l’unica regione italiana con segno negativo in questo ambito. Sul piano territoriale emergono forti squilibri: la provincia di Perugia cresce del 2,01% grazie al traino industriale, mentre Terni si colloca al 101esimo posto nazionale con una crescita complessiva dell’1,12%, penalizzata dalla stagnazione della manifattura tradizionale.
Implicazioni per il tessuto sociale
Secondo i sindacati, lo scarto tra province e settori si traduce in un indebolimento del tessuto sociale e in una riduzione dei consumi interni. Le differenze di crescita tra aree industrializzate e aree più deboli creano pressione su servizi locali, redditi familiari e domanda interna, con effetti a cascata su piccoli esercizi commerciali e attenzione alle politiche di coesione territoriale.
Retribuzioni, potere d’acquisto e indicatori salariali
Un altro elemento centrale della richiesta sindacale è il tema delle retribuzioni: l’Umbria viene definita una «maglia nera» per la perdita del potere d’acquisto. Il Geography Index rileva un divario drammatico nella forbice inflazione-salari pari al -15,1%, indicatore che sintetizza quanto gli aumenti salariali non compensino l’incremento del costo della vita.
La retribuzione media annua nella regione si attesta intorno ai 29.952 euro, valore che, nelle valutazioni delle sigle, conferma la tendenza verso un’occupazione caratterizzata da lavoro povero e precarietà. Questa condizione salariale, combinata con la debolezza di alcuni settori e con il calo dei servizi, alimenta la richiesta di interventi pubblici mirati e vincolati a obiettivi occupazionali concreti.
Effetto sulla domanda interna e sulla qualità del lavoro
Il mancato adeguamento salariale rispetto all’inflazione comprime i consumi e rende più fragile la domanda interna. I sindacati sottolineano che senza un recupero reale dei redditi da lavoro dipendente e da pensione sarà difficile sostenere la ripresa del comparto terziario e rilanciare la domanda locale. Per le organizzazioni, è essenziale affrontare il fenomeno della precarietà e favorire forme contrattuali più stabili e retribuite adeguatamente.
Di fronte a questi elementi, Cgil, Cisl e Uil dell’Umbria chiedono che il Patto Umbria 2030 diventi lo strumento in cui convogliare risorse pubbliche e fondi europei con vincoli chiari: creare occupazione stabile, supportare le transizioni industriale, energetica e digitale, e rilanciare il rinnovo contrattuale come leva per migliorare il potere d’acquisto. Le sigle richiedono alla giunta regionale una convocazione immediata per evitare interventi frammentari e di breve respiro.
La richiesta formale di un tavolo permanente punta a stabilire un confronto duraturo tra istituzioni e parti sociali per tradurre gli indirizzi programmatici in misure concrete e misurabili. Le organizzazioni sindacali evidenziano la necessità che ogni intervento sia valutato sulla capacità di generare occupazione di qualità, contrastare la precarietà e sostenere redditi e pensioni ridotti ai minimi termini.



